questo. film.

45 / 21.10.14 / via / src

earthdad:

I’m sick of the government’s constant lies and their hiding of solid evidence of dragons

Jack Kerouac (March 12, 1922 – October 21, 1969)

In a sense, I’m mad (and withdrawn from life) while they’re sane, human, normal - but in another sense, I speak from the depths of a vision of truth when I say that this continual jockeying for position is the enemy of life in itself. It may be life, ‘life is like that,’ it may be human and true, but it’s also the death-part of life, and our purpose after all is to live and be true. We’ll see.

foxnewsofficial:

you lose indie points if your fave band has a wikipedia page or any google search results

❝ If you are lucky enough to find a weirdo never let them go

Matthew Gray Gubler   (via astronomized)

❝ The trees are in their autumn beauty,
The woodland paths are dry,
Under the October twilight the water
Mirrors a still sky;

W. B. Yeats, from “The Wild Swans at Coole”   (via campfiresandcandlelights)

ratak-monodosico:

Edward Hopper, Summer Interior 1909

rubyetc:

24 hour slouchin

padre: guarda!
me: ...
padre: guarda cosa ti ho portato!
me: ...
padre: una bella fetta di parmigiano!
me: ...
padre: ... allora?
me: mh ... bene.
padre: ...
me: aspetta, volevi che manifestassi un certo entusiasmo, vero?
padre: ...
me: okay, allora MOLTO bene.
padre: ...
me: no?
padre: *esce indignato dalla stanza*

Tutta colpa di Susan Sarandon.

E’ due giorni che ho in mente le canzoni del Rocky Horror Picture Show e trotterello in giro cantando il ritornello di Touch-a Touch-a Touch-a Touch-me. Dovevo aspettarmelo che sarei finita con l’uscirmene con “I wanna be diiiiiiirty!” sulla banchina affollata della metro alle 8 del mattino.

things you can do to be happier:

  • Go to bed earlier
  • Finish things ahead of time
  • Eat whole-food
  • Exercise
  • Be present
  • Organize
  • Listen to music
  • Think positively
  • Drink lots of water
  • Journal
  • Read
  • Be productive
  • Eat fresh fruit
  • Breathe deeply
  • Go for a bike ride

historicaltimes:

A young West Berlin couple peer over the Wall as the woman speaks to her mother in East Berlin, 1960s

decomposion:

Art history meme (x) - 4/4 colours - black

The Wyndham Sisters by John Singer Sargent | Fleurs by Jean Benner | Mrs. Daniel Sargent by John Singleton Copley | Gossip Being Punished by Ignacio Diaz Olano | Mrs. Louis E. Raphael by John Singer Sargent

No gradient. Not a single change in vibrance or brightness. No brightness. It engulfs. It’s all black.

Della necessità di fare di comportamenti apparentemente incomprensibili una bussola per non smarrirsi.

A volte ho soltanto bisogno di rimanere da sola. Non sono arrabbiata o triste, niente del genere. Ci sono però dei giorni in cui sento la smania impellente di chiudermi a riccio e assicurarmi che sia tutto okay. Mi piacerebbe pensare di essere una di quelle persone che bastano a se stesse, ma la realtà è che ho bisogno di isolarmi proprio perché la solitudine mi terrorizza.  

In generale, i rapporti mi stanno stretti, ma questo non vuol dire che non voglia bene ai miei amici. Anzi, mi faccio coinvolgere troppo, e in passato sono rimasta scottata talmente tante volte che ho perso il conto. Da quel momento, è stata l’autoconservazione ad impormi di mantenere le distanze. 

E’ strano per me ammetterlo, ma le relazioni, amorose e non, mi opprimono; comportano un’impossibilità di fuggire senza ferire qualcuno che mi fa andare totalmente nel panico.

Non sarà normale, non sarà giusto, ma è così che stanno le cose.

E’ risaputo che le persone non diano il loro meglio quando sono sotto pressione. Per quanto mi riguarda, non si tratta tanto di “non dare il meglio”, quanto piuttosto di rivelare tutto il peggio. Alcune volte sono così preoccupata di smarrirmi che controllare tutte quelle reazioni istintive e antisociali che di solito soffoco, e di cui mi vergogno profondamente, mi è praticamente impossibile. L’idea di dover dare continue spiegazioni, di essere costretta a portare a termine una routine già stabilita "perché sì", di non potermi ritagliare neppure un momento per fare ciò che voglio davvero … mi soffoca. E quindi mi chiudo. Mi chiudo prima di fare o dire cose di cui potrei pentirmi e rovinare tutto. Non scappo, questo no, però erigo un muro; scavo un fossato di silenzio e monosillabi che allontani gli estranei finché non decida di riabbassare il ponte levatoio. 

La solitudine mi fa paura, ma l’inevitabilità del disegno di vita che puntualmente le persone mi costruiscono addosso, mi annienta.

Per natura, non sono un’amica asfissiante: scrivo, ma potrei risponderti dopo giorni; mi dimentico di questo o quell’appuntamento, perché riesco a perdermi anche in pensieri appena più profondi di un bicchiere d’acqua; non chiedo mai spiegazioni se qualcuno mi dà buca, ma al contempo pretendo che gli altri facciano altrettanto, perché non riesco ad accettare che il resto del mondo sia estraneo al concetto di privacy.
Soltanto che, evidentemente, queste non sono le dinamiche dei rapporti tipo. Così sono costretta a sforzarmi di non deludere le aspettative che il resto del mondo ha di te non appena ti affibbia l’etichetta di “amico”.

Non mi diverte far soffrire le persone, in particolar modo quelle a cui tengo, eppure loro nemmeno sembrano accorgersi di quanto mi pesi fingere; non capiscono, o non gli importa, che tutto questo faccia soffrire me. E quindi sparisco. Non per ripicca, ma perché ho bisogno di rimettere insieme i pezzi e accertarmi di essere ancora padrona delle mie scelte.

So che non è un comportamento corretto da parte mia. Una “brava” amica, figlia e sorella non scompare da un momento all’altro. Vorrei soltanto che fosse chiaro che il mio è quanto di più lontano a un capriccio ci possa essere. Non è come se me ne andassi. Somiglia più a quando qualcuno si aggira per casa, per strada, a scuola, con le cuffiette e la musica a tutto volume: vede quello che gli accade attorno, ma lo percepisce in maniera ovattata, come se lo osservasse da dietro una vetrina. Sono nel mio mondo - un porto sicuro dove nessuno può dirmi cosa fare, quando e perché - ma basta un cenno, uno schiocco di dita, una richiesta d’aiuto, che mi tolgo le cuffiette e torno. Perché nonostante la mia incapacità di gestire i rapporti, nei momenti in cui tutti gli altri solitamente se ne vanno, io riemergo dal guscio per offrire una spalla su cui piangere.

E se la gente non è in grado di apprezzare neppure questo, non ho alcun problema a rimettermi le cuffie: la solitudine è un’ipotesi nettamente più allettante di una recita della mia vita dove io fingo di non essere  me.

© str-wrs